Zombi 2

Non è un caso che la pellicola di Fulci esca nel 1979, esattamente un anno dopo il secondo capitolo della trilogia romeriana, vale a dire quello Zombi (in originale Dawn of theDead) che si porrà immediatamente come imprescindibile pietra angolare del cinema di genere. Non è un caso che la leggenda voglia che Fulci, dopo l’uscita del film, riceva una lettera da parte di Romero e, se ricordo bene, Argento, in cui gli viene mossa l’accusa di aver rubato a piene mani dall’illustre predecessore, sfruttandone il clamoroso successo commerciale. Non è un caso neppure, a ben guardare, che si narri poi che Fulci risponda ai due colleghi con una chilometrica missiva in cui si premura di elencare ogni singolo film della storia del cinema in cui si conti la presenza di morti viventi, chiosando con un sarcastico: “Se ho copiato da voi, allora ho copiato anche da loro. Statevene zitti”. Non è un caso, perché tutto ciò denuncia in maniera incontrovertibile il carattere alimentare del film di Fulci.
Per pellicola alimentare, inaspettatamente, qui non si intende un film d’argomento cannibalico, ma di un’opera decisa e girata per motivi di sostanziale sussistenza personale, di esigenze, appunto, alimentari. Ciò, lungi dall’essere un limite, rende la pellicola fulciana scevra di ambizioni artistiche o autoriali, pura di ipertesti politici o moralistici. Per quanto sia lapalissiano che ogni film di genere sia intrinsecamente metaforico, ciò che interessa il grande regista italiano è la pura e semplice manifestazione dell’orrore, e la sua (ri)produzione, in un’ottica in cui si gettano le basi per quell’estetica della crudeltà che rappresenterà la cifra stilistica più autentica di Fulci.
Con questo rigore ideologico Fulci (ri)colloca la storia là dove era iniziata, tra polli sgozzati e riti voodoo, liberandola di pastoie intellettuali, (ri)definendo la figura del morto vivente in base alla sua propria (non) natura primigenia, intesa sia come genesi che come espressione di sé. Con questo processo Fulci (re)interpreta l’orrore, (ri)proponendolo nella sua dimensione più fisica, che trova un senso nella reiterazione, intesa non solo come gestualità interna al film, ma come prosecuzione di una linea da un film all’altro, come sequel, insomma.
In questo senso Fulci esalta la fisicità ritualizzata e quasi codificata del morto vivente (e quindi, per lui, contigentemente, dell’orrore), e in questo modo riesce a definire un’estetica della crudeltà. E, con Artaud, potremmo pensare a questa crudeltà come ad una violenta, fisica determinazione di scuotere quella falsa realtà che si stende sulle nostre percezioni. Abbiamo quindi una crudeltà, e quindi un cinema, fatti di un unico linguaggio, a metà strada tra gesto e pensiero.
Zombi 2 parla il linguaggio povero dell’arte di arrangiarsi, che arte è ed è vera. Parla di un cinema in un certo senso pionieristico, in cui si girano le scene, di notte, perché non si possiede l’autorizzazione di filmare il ponte di Manhattan, fatto di scene insanguinate con le interiora di maiale, in cui, può capitare, si scorge la mano di un inserviente che getta un serpente da dietro un albero. Un cinema che, perdonate la retorica, non c’è più, tra i plausi della maggior parte del pubblico ammaestrato che frequenta le sale cinematografiche e, spesso, dei cineclub. Quello di Fulci è un cinema di grande onestà, che non si sporca dei ceroni della cosmesi del pietoso cinema contemporaneo, pur parlando attraverso maschere e mascherate, un cinema da età dell’innocenza, ma di quell’innocenza che è tale perché colpevole e quindi assolta.
Fulci, e il suo cinema d’atrocità, hanno il coraggio della visione, un coraggio pasoliano, il coraggio di uno sguardo nudo, di un pasto nudo, in cui l’elaborazione teorica, se c’è, risiede nell’elaborazione dell’orrore, nella platealità della ferocia, riuscendo a denunciare che la pietà è finita: la pietà per i protagonisti, per gli spettatori, per quel cinema, e quindi per quella vita, che accarezza le teste dei bambini prima di andare a letto.
Ma quello che fa davvero spavento, se perdonate di nuovo la retorica, è altro, è, appunto, la realtà:

Io non mi ritengo niente più che un artigiano. Il cinema per me é soprattutto tecnica, lavoro, professionalità. Io non ho paura del buio, ho paura di accendere il televisore perché mi darà terrori da covare dentro me stesso, facendo apparire un mondo orrendo e deforme.

Matteo Lolletti

Zombi for Dummies


Secondo una credenza diffusa nell'isola di Haiti, gli zombi sarebbero persone portate in uno stato di morte apparente per opera di uno stregone bokor del culto vodoo. Dopo la sepoltura, il bokor ne recupererebbe il corpo, riportandolo poi in vita solo per mantenerlo schiavo nelle sue piantagioni. Lo zombi continuerebbe a vivere muovendosi, parlando e pensando con difficoltà.
Nel 1982 Wade Davis, un antropologo americano, riuscì a procurarsi un campione di una polvere misteriosa che i bokor usano nei riti di zombificazione. Uno degli ingredienti della polvere erano parti del pesce palla, o del pesce istrice, che sono noti contenere la tetrodotossina, un potente veleno che induce paralisi e morte (questi pesci sono considerati una prelibatezza in Giappone, dove ogni anno si producono vari casi di avvelenamento).
Le analisi chimiche successive, però, nonostante Davis difendesse a oltranza la sua ipotesi, dimostrarono chiaramente che nella polvere restavano solo tracce di tetrodotossina del tutto inattive.
La spiegazione alla credenza negli zombi non sembra quindi farmacologica, ma sociale.
In un clima caldo come quello di Haiti le sepolture vengono eseguite velocemente, e fino a pochi anni fa i certificati di morte erano compilati in modo piuttosto frettoloso; quindi qualche caso di morte apparente potrebbe essersi verificato.
Inoltre alcuni macabri riti vodoo comportano effettivamente l'utilizzo di parti di cadaveri, che vengono illegalmente esumati, e certi aspetti della religione vodoo venivano assecondati da parte del regime dittatoriale di Duvalier per indurre terrore nella popolazione.
Infine sono stati scambiati per zombi fuggiti anche alcuni vagabondi con problemi mentali, persi per le campagne di Haiti.
Luigi Garlaschelli
Da http://www.cicap.org/enciclop/at100086.htm

 
 
   
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