La curva dell’Occidente

H.G. Wells rappresenta nel 1898 con “La Guerra dei Mondi” per la prima volta l’invasione del nostro pianeta da parte di una forza esterna, aliena. Un tipo di racconto destinato a riscuotere uno straordinario successo nel secolo successivo. Questo forse perché nello stesso anno dell’uscita del romanzo la conquista coloniale da parte dell’Occidente europeo si conclude idealmente con l’incidente di Fashoda tra inglesi e francesi che dimostra che non ci sono più selvaggi da “convertire”. E subito genialmente Wells inquieta il lettore col ribaltamento della dinamica “colonizzatore-selvaggio” con ora l’uomo moderno trattato come gli Atzechi dai conquistatores. Anche se proprio il ribaltamento di uno dei motivi per cui i colonizzatori riuscivano ad essere dominatori con tale facilità aiuterà i terrestri.
Questo terrore dell’invasione fa coincidere le tre grandi riprese de “La guerra dei mondi” con le tre grandi sfide all’Occidente: quella radiofonica di Welles del 1938 la paura del nazismo, il film del 1953 la paura del comunismo, quello di Spielberg il timore del terrorismo, del dopo 11 settembre. Un opera quindi che come un fiume carsico riemerge nelle fratture della storia occidentale per ricordarci il terrore dei barbari che sono alla fine solo nostre costruzioni interiori, una scoperta da ripetere ogni giorno.

Ilario Gradassi
forCINE

La fredda cronaca

Alle soglie degli anni ’50 Marte orbita vicinissimo alla Terra e dunque anche a un paesino californiano i cui abitanti scorgono una meteora attraversare il cielo stellato e atterrare nel deserto. Incuriositi, accorrono Padre Matteo, la nipote maestrina di scienze Silvia, l’aitante studioso in aria di Nobel casualmente nei dintorni Clayton Forrester, con lo sceriffo e gli uomini, a fantasticare sui risvolti economici/scientifici di Meteoritelandia.
Lo scienziato già occhieggia alla giovane, ma un misterioso e potente fenomeno magnetico lo distoglie dai suoi propositi e dalla quadriglia: dallo spazio non è giunta una roccia inerme, ma una creatura aliena superiore e ostile che spara a vista col laser - effetto speciale d’avanguardia davvero notevole - anche al povero pastore che la credeva a immagine e somiglianza di Dio.
I militari accorsi nulla possono e i notiziari raccontano di altri alieni che stanno mettendo a ferro e fuoco il mondo intero: se in sei giorni Dio creò il mondo, in sei giorni gli alieni lo distruggeranno. Clayton e Silvia – che, accessoria bella figurina, si era già riciclata crocerossina e qui da brava gli cucina due uova – dopo un contatto diretto con la furia aliena, raggiungono altre menti grigie per trovare una soluzione razionale al problema.
Ma fra gli abitanti in fuga dalle città prevale il caos, lo scienziato perde tra la folla razziatrice di una Los Angeles in fiamme la maestrina, la cerca di chiesa in chiesa, sentendo sempre più vicina la fine, che arriva attraverso un provvidenziale e infinitamente piccolo deus ex machina.

Le guerre di Steven

E' un capolavoro assoluto.
Spielberg è sempre stato un regista CATTIVISSIMO (quella che lui sia un buonista è una bufala) e in questo film ci sono cose che fanno male nell'anima.
E' un ritratto perfetto degli Stati Mentali d'America dopo l'11 settembre 2001 e dopo la guerra in Iraq.
Disillusione, paranoia, violenza, morte. Gli alieni rappresentano le nostre paure, le nostre angosce, le nostre ideologie del cazzo che ci annullano e ci annientano. Sono la macchina guerrafondaia, il nazionalismo, la scienza usata come arma. E vengono sconfitti dall'unica cosa che li può sconfiggere: la biologia, la vita, il DNA. Ciò che le nostre sovrastrutture mentali hanno colpevolmente rimosso.
Il finale zuccheroso con la famiglia al completo?
E' una delle cose più devastanti del film: "Vi preghiamo, fate rientrare i nostri ragazzi dalla guerra. Vi preghiamo."
Il figlio maggiore del protagonista non è realmente lì.E' nel suo cuore, nelle sue speranze, nel suo abbraccio.
Gli alieni (che poi siamo noi, rappresentano la nostra ombra malvagia) vengono uccisi da ciò che hanno rimosso. Dall'arroganza di credere di poter controllare e manipolare tutto. Dalla presunzione di essere divinità.
Io è da ieri sera che ho nel cervello l'immagine di una bambina bendata che si tappa le orecchie e canta una canzoncina con voce rotta dalle lacrime per non ascoltare suo padre mentre uccide un altro essere umano.
Una poesia straziante e lacerante.
Il film è un fiocco giallo appeso agli usci delle case americane. Perché nel film c'è qualcuno che comprende. E tenta di cambiare le cose. Cruise rifiuta per tutto il film l'uso della forza, non è un eroe, ricorre alla violenza solo quando è costretto a proteggere i figli. E uccide un uomo solo quando vede che la sua follia e la sua paranoia potrebbero distruggere la sua bambina. Immagine emblematica, oltretutto: quando Cruise va a uccidere Tim Robbins fuori campo, in realtà va a uccidere se stesso con le SUE paure e le SUE paranoie. Ed è un'azione che comporta dolore. E spavento. E tremore.
E' una scena straziante che, da sola, potrebbe distruggere qualsiasi finale positivo. Ma non lo fa perché la scelta di Spielberg è quella di una speranza. Una speranza velata di amarezza e malinconia. Ma una speranza che parte da una presa di coscienza: gli alieni malvagi siamo noi (e infatti Cruise, Robbins e la figlia in una scena si salvano riparandosi DIETRO UNO SPECCHIO nel quale si riflette l'occhio mobile del tripode) e dobbiamo combatterli rispondendo agli imperativi della vita.
La ex-moglie del protagonista non è incinta PER UN CASO NARRATIVO. "Stai bene così..." le dice l'uomo in una delle immagini più dolci e significative del film. E alla fine del film lui la saluta da lontano. Non l'abbraccia, non c'è la ricostruzione visibile di un'armonia familiare.
Ma ha riportato i figli a casa. E questo può essere un inizio. L'unico inizio possibile. La Guerra dei Mondi trascende la sua natura di kolossal. Assieme a Star Wars: Episode III e Land of the Dead è uno dei film più importanti e profondamente politici dell'anno. Credo che non ne potrò mai rimuoverne la visione dalla mente e non potrò mai dimenticare la commozione che mi ha suscitato dentro.
Spielberg è DAVVERO un genio.


Alessandro di Nocera
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