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| L’ESPERIMENTO
DEL DOTTOR K
"nella fantascienza la scienza genera i propri anticorpi e li oppone alla fonte della sua celebrazione e del suo esercizio, interrompendo – a volte in modo drammatico, a volte occasionalmente – l'evoluzione, lo sviluppo e in ultima analisi la concezione ottimistica e storicistica che la vuole protesa verso una meta tanto alta e nobile quanto indistinta." Franco La Polla
Alla fine degli anni cinquanta, negli Stati Uniti d’America, esisteva un diffuso, per quanto dai tratti spesso inconsci, sentimento di vergogna e pietà per quanto, al termine della Seconda Guerra Mondiale, lo sganciamento della bomba atomica aveva rappresentato per il mondo intero – non solo e non tanto in termini di crudeltà e vite umane. All’opposto di quanto accadeva in Giappone, quindi, dove la radioattività colpiva e si depositava in esseri sostanzialmente innocenti, la metamorfosi imputabile a scelte umane si configurava come colpa. Tale (non) rimosso collettivo volgeva i suoi strali verso l’applicazione immorale (o amorale) delle conoscenze scientifiche, comprendendo in questo i tentativi di sostituirsi alla divinità – qualsiasi essa fosse – o di portarsi smaccatamente oltre i confini umani. La sete di conoscenza propria dell’uomo veniva vista come un impulso compulsivo e cieco, spesso non finalizzato al reale benessere dell’uomo. Rotto l’equilibrio naturale della terra e della natura, Ulisse era definitivamente affondato. In altri termini lo spettro del pericolo nucleare, la paura della bomba (che ancora non si era imparato ad amare), ondeggiavano sulle e nelle menti degli uomini, finendo per identificarsi con un colpa quasi originale, e imperdonabile. Nell’antica Grecia, nella tragedia greca, tale aspirazione umana sarebbe stata chiamata hybris, tracotanza. Nell’America della fine degli anni cinquanta gli schermi si riempiono, quindi, di peccatori, ossia di quella vera e propria categoria dello spirito che è lo scienziato pazzo. Per la loro arsura di conoscenza, per il loro tentativo di assimilarsi agli dei, per il loro sprezzo della vita altrui e della propria, per la volontà di scompaginare le leggi naturali, ergo per la loro hybris, questi peccatori sono immancabilmente destinati e condannati dalle loro stesse azioni a gironi infernali particolarmente crudeli e vividi, in una lucida logica da contrappasso che raramente fa prigionieri. L’esperimento del Dottor K, Radiazioni B/X, L’uomo dagli occhi a raggi X, ma anche, pur nelle diversità, I giganti invadono la Terra o Assalto alla Terra ne sono chiara testimonianza. La scienza non è più (o non è ancora) quel motore di benessere, di libertà, di felicità che in tanti identificano con il progresso. Né il progresso è più (o non è ancora) quella garanzia di prosperità tanto agognata. Viene meno, per paura o coscienza, l’adesione fideistica alla scienza, alle ragioni che la sottendono, ai motivi che la informano. Il concetto teleologico della storia mostra il nervo scoperto, e l’uomo si rivela e si scopre incapace di gestire la potenza e la possibilità, tragicamente inadeguato a forze più grandi di lui. La science-fiction americana di quegli anni, è imbevuta di tale suggestione. Ma non si pensi ad un approccio reazionario al concetto stesso di progresso: si tratta piuttosto, in questo caso, di un’attitudine fin troppo antisistemica e antropocentrica. Che sia nostalgia per i bei tempi di una volta, una nostalgia che potremmo definire domestica, ovvero una nostalgia per un futuro ancora da plasmare (perché sì, si può avere nostalgia per un futuro possibile), una nostalgia, quindi, proiettiva, il cinema di genere a cui appartiene L’esperimento del Dottor K denuda, grottescamente e grossolanamente, i limiti e le paure dell’uomo moderno, denunciandone l’arroganza. Ma spesso, quando non sussume l’uomo tout court (e quindi l’uomo socialmente costituito), quella dell’uomo, all’interno del cinema di genere, è metafora, neanche troppo coperta, di potere e di istituzione. È intuibile, pur nelle debite distanze, la modernità sia del problema assunto che l’analisi delle sue conseguenze. La tecnologia, avrebbe sostenuto Zerzan quasi cinquanta anni più tardi, è potere in sé, e non è in sé neutra: il valore di cui gode non deriva dall’uso che se ne fa, ma gli è intrinseco. Storicamente, L’esperimento del Dottor K, vergognosa traduzione (in un omaggio piuttosto becero alla Metamorfosi di Kafka) di un molto più semplice ed efficace The Fly, è, se non il massimo, certamente uno dei più riusciti esempi di sci-fi metamorfica (contaminata da un po’ di horror) degli anni ’50 americani. Girato da un Kurt Neumann in stato di grazia, gode di una fotografia impressionante, e si fregia di alcune tra le più paurose scene della storia del genere, entrate a buon diritto nella storia del cinema, scene che ancora oggi mantengono una intatta capacità di inquietare, pur nella loro datata ingenuità. Precursore, in qualche modo, del fantahorror anni ’70, nel film sono state lette velate critiche all’istituzione matrimoniale, nonché allusioni proto-femministe (l’attenzione drammatica, più che sullo scienziato, è in effetti focalizzata sulla figura della moglie e della sua odissea nella disperata ricerca di un modo per salvare il marito) e metafore omicidiarie. Tecnicamente il film adotta registri più consoni al thriller psicologico, con meccanismi non scontati di suspense e di (ri)costruzione dell’ignoto, risultando soprattutto angosciante. Vi è inoltre da sottolineare un elemento di primaria importanza, per altro del tutto assente nello splendido e carnoso remake cronenberghiano, ossia il tema del doppio, o, meglio, dello sdoppiamento. Tale espediente, realizzando una doppia mostruosità, segna una chiara impossibilità di praticare una qualsiasi interpretazione di natura specista: il mostro è sia colui che passa dall’essere umano all’insetto sia l’essere che fa il percorso contrario. Il mostro è di nuovo l’uomo, e la sua scelta e la sua scienza arroganti e innaturali, un uomo che, si potrebbe azzardare, non possiede metà buone. Ma il tema dello sdoppiamento suggerisce inoltre una dimensione metafilmica della pellicola. Laddove, da sempre, il doppio cinematografico allude alla dicotomia (insanabile?) tra spettatore e spettacolo, la genesi, dalla stessa esperienza, di due mostruosità uguali e contrarie, può, da un lato, sottintendere una complicità, una correità, tra la società e i suoi capi, nel momento in cui è la società stessa a partorire l’uomo senza valori e viceversa, con l’aggravante della scelta di limitare la propria azione al guardare (in tal senso la figura della moglie è esemplare e rivoluzionaria); dall’altro, suggerisce una coincidenza e, appunto, una somiglianza tra cinema e realtà, ma una somiglianza di senso inverso, per quanto non eticamente opposta (l’uomo-mosca e la mosca-uomo), come se ci si guardasse, detto con una banalità in cui è semplice ritrovarsi, in uno specchio. Se quindi, ancora più banalmente, il cinema fa paura, ed è metamorfosi attraverso l’orrore, la realtà non può essere da meno. Matteo Lolletti ForCINE ORA
CHE CI FERMIAMO PER UN MESE AVETE TEMPO PER UN LIBRO… Un monumento cartaceo alla drosophila melanogaster: così potremmo sinteticamente definire quest’opera di Martin brookes, che rappresenta un caso unico e fortemente innovativo nel panorama non troppo vasto dell’editoria scientifica. Per caso, c’è ancora qualcuno che non ha la più pallida idea di cosa sia la drosofila? L’autore prova ad aiutarci fornendo addirittura la traduzione letterale del nome della nostra protagonista, cosa che, ahimè, non sempre si trova sui libri di testo: “Amante della rugiada dal ventre scuro”, molto poetico! Considerato che un briciolo di genetica si fa ovunque ormai, fin dalla scuola media, chiunque dovrebbe aver sentito nominare almeno una volta il minuscolo insetto chiamato anche più semplicemente mosca, oppure moscerino della vinaccia o ancora moscerino della frutta… Eh sì, stiamo proprio parlando di quel puntino volante e fastidioso che si vede ronzare, soprattutto in questo periodo dell’anno, attorno ai cesti di frutta marcescente sulle nostre tavole. Il ricercatore inglese che si è preso la briga di scrivere questo libro è convinto che finora la drosofila non abbia ricevuto le attenzioni che merita, la gloria che si è guadagnata dopo cent’anni di vita messi a disposizione della ricerca scientifica, degli asettici laboratori di genetica e di biologia evoluzionistica, degli esperimenti di ogni sorta per studiare i processi di selezione… Per questo l’opera è un monumento, o meglio un memoriale, quasi un diario in terza persona in cui le vicissitudini della moschina dagli occhi rossi vengono narrate da un osservatore esterno che dimostra di conoscere molto bene il soggetto in questione e può così permettersi di costruire un racconto scorrevole, molto piacevole per il tono confidenziale e lo spiccato senso ironico, azzeccata chiave di lettura dell’opera. Un approccio, quindi, alle tematiche più attuali della moderna biologia rivolto a tutti, sia agli “addetti ai lavori”, che possono così considerare le tematiche ricorrenti sui libri di studio da un’ottica nuova ed originale, indiscutibilmente affascinante, sia per i “profani”, a cui è data la possibilità di ricevere una prima infarinatura tra una seria riflessione ed un sorriso leggero. Da Thomas Hunt Morgan, il “talent scout” della drosofila (la rese famosa a partire dai primi anni del secolo scorso), il viaggio percorre il Novecento toccando tutti coloro che direttamente o indirettamente hanno avuto a che fare col minuscolo insetto; fino ad arrivare proprio a Martin Brookes che, da bravo biologo dell’evoluzione, chiude il ciclo. Non mancano riferimenti al passato meno recente: Darwin e Lamarck vengono spesso tirati in causa, soprattutto quando si tratta di evidenziare il grosso sviluppo del pensiero scientifico realizzatosi a cavallo tra Ottocento e Novecento. Oggi la drosofila è passata di moda, è vero; altri modelli biologici hanno preso il suo posto perché più propensi alla “vita da laboratorio”: una ragione in più per non dimenticare quello che è stato, ciò che ha rappresentato… Possiamo farcene un’idea soltanto leggendo l’opera. Ecco intanto un piccolo indizio: “Per la biologia, la drosofila si è dimostrata un faro capace di far luce su regole universali della vita”. Fabio Manfredini Stradanove.net |
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