DONNE
Almeno tre volte

Dispiace avvisare il fedele pubblico che si accinge alla visione di “Donne” che questo è un film che per capirci qualcosa bisogna vederlo almeno tre volte. Altrimenti si rimane respinti dal bianco e nero, a cui non siamo più abituati, dal film “protofemminista” (lo dice il santo Mereghetti) perché se le protagoniste sono tutte cromosoma X qualcosa vorrà pur dire, dai serratissimi dialoghi che se l’audio non è sufficiente ci invitano a mollare gli ormeggi. Ma alla fine, come fa sempre il Grande Cinema, è l’immagine che deve attanagliarci. E sono tre le immagini con cui “Donne” (che a ben guardare ha un titolo originale molto più ambizioso, “The Women”, cioè “Le donne” con l’ambizioso obiettivo di comprenderle tutte quante) corrompe immediatamente il nostro sguardo.

Il film, anzi per meglio dire l’opera teatrale che c’è dietro è nata in un luogo nel quale quelli come me non potranno andare mai: una toilette femminile. Schermata da una porta la luciferina Claire Luce (che poi verrà nel nostro paese a fare, nientemeno, l’ambasciatore a stelle e strisce) ascolta il pettegolezzo di un tradimento provocato dall’acquisto di un profumo da parte del marito e del suo cuore da parte della commessa del negozio. La Luce lo usa per far vedere le donne nella loro vera luce. E Cukor dietro. Però con il problema di rendere cinematografico un lavoro squisitamente teatrale.

E allora inizia con una seconda sigla dove a ogni donna della vicenda viene accoppiato un’animale, anzi, una bestia. Un film di donne diventa così un film di animali, quindi uno zoo. Mentre ci interroghiamo su questo primo paragone subliminale Cukor ci porta in un sancta sanctorum femminile, un istituto di bellezza. La vicenda inizia con due cagnette che litigano accudite dalle loro padrone, per ricordare agli spettatori di fare attenzione agli animali (e i pesci e i cavalli e gli altri cani, tutti cromosoma X voglio supporre, che sottolineeranno i giochi di parole maliziosi – e ce ne sono a decine – della vicenda). Dopo questo primo scontro inizia uno spettacolare piano sequenza che ci fa attraversare tutte le stanze dell’istituto e ci fa cogliere le dinamiche femminili così uguali a quelle maschili nei club borghesi dove sicuramente vegetano i mariti delle signore che cercano di migliorare la propria struttura fisica. Dopo che il pettegolezzo è partito sulle ali di una loquace amica della sventurata veniamo colpiti dalla terza immagine che ci colpisce e ci interroga: la sulfurea madre della protagonista che sbattendogli in faccia la realtà costringe la protagonista a rompere il menage e lasciare la casa prendendo il treno per Reno, l’amena località del Nevada dove si divorziava in pochi mesi, vivendo in comunità di divorzianti. Lo sfondo colpisce più di tutto. Gli esterni sono incredibili nel senso di “non credibili” a metà tra l’algidità di alcuni film di fantascienza coevi e quegli sfondi di cartapesta tipici dei primi telefilm della tv statunitense. Avete mai visto un vagone di treno inverosimile come quello per Reno? Questo proprio per mostrare l’impossibilità, verrebbe da dire l’inopportunità di un mondo solo femminile. L’utopia femminile, il ranch delle divorzianti dove per sottile supplizio giunge anche la facitrice degli intrecci che hanno portato la protagonista al divorzio, si scioglie, e scioglie anche il film, sulla tesi che il richiamo dell’uomo faccia fallire ogni alternativa generata dall’altro sesso. Questa è l’illusione in cui, alla fine degli anni ’30, ancora l’uomo si crogiolava.

Ilario Gradassi
ForCINE


Y – the last men, un remake a fumetti
Sono ormai passati settant’anni. “Sesso debole” del 1956 è un remake zoppo, quasi monco perché privo della follia del cast tutto femminile, e perché corrotto dal musical. Si vagheggia ogni tanto di un remake, Variety ne ha favoleggiato ormai un anno fa con Meg Ryan nella parte della cornificata e di Uma Thurman in quello della cornificante. O viceversa. Ma nessun regista ha probabilmente il coraggio avuto da Cukor, che del resto è impegnato nella stessa prova anche in “Peccatrici folli”, di cercare di domare un cast muliebre.

Ma permettete di segnalare un manufatto artistico che affronta il tema immaginato, che è in ultima analisi la condizione della donna liberata dalla presenza dell’uomo, lungo una strada che ancora non conosciamo dove porterà. C’è un fumetto che esce mensilmente negli Stati Uniti, nella collana “Vertigo” della DC Comics, che si chiama “Y – the last man” in cui si cerca di portare alle estreme conseguenze la seguente supposizione: “una improvvisa epidemia uccide in cinque minuti tutti gli esseri di sesso maschile presenti sulla terra tranne due: un trentenne di nome Yorick Brown e la sua scimmietta, Ampersand.” La società frana su sé stessa poi si riorganizza piano piano. Yorick, che ha anche la madre deputato al Congresso diventata Segretario di Stato per scomparsa di tutte le figure superiori, in compagnia di una misteriosa agente di una agenzia segreta e una genetista esperta in clonazione che spera di poter comprendere l’eccezione Yorick studiando il suo dna, attraversa il paese per raggiungere Los Angeles e ritrovare la fidanzata, e anche un centro genetico degno di questo nome. Incontra così comunità femminili che si sono riaggregate lungo regole che sembrano quelle maschili che cominciano però a derivare verso soluzioni diverse. Il gruppo è inseguito da un’associazione di neoamazzoni (che ha individuato il problema nell’unico maschio ancora vivente) e dall’esercito israeliano (il primo a riorganizzarsi essendo quello dove le donne hanno già ora le maggiori responsabilità) e viaggia in un mondo che si va piano piano femminilizzando cercando la nebulosa strada per sopravvivere.

Fumetto bello e coraggioso, al trentesimo numero Yorick non si è ancora congiunto carnalmente con nessuna delle sopravvissute, che rifiuta la banalità. L’ideatore, Brian Vaughan, ha giustificato la serie tirando proprio in ballo il film di Cukor e immaginando che fosse in realtà un mondo dove gli uomini fossero spariti e le donne non riuscissero però a riuscire ad immaginare un mondo senza uomini. Trattare “Donne” come fantascienza. Perché no?

In Italia le avventure dell’ “Ultimo Uomo” (che è anche il titolo di un romanzo di Mary Shelley, la creatrice di Frankestein e la prima donna che ha avuto l’idea di un mondo senza uomini, che scrisse di Lionel, l’unico uomo sopravvissuto a un’epidemia e, proprio perché maschio, non riesce a sopravvivere) sono pubblicate ogni quattro mesi dalla casa editrice Magic Press e sono caldamente consigliate a chi ragiona sul domani del Primo Sesso. A cui non appartengo.

Gonzo Kent

Nonsolonuvole.blogspot.com

 
 
   
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