BUONA LA PRIMA, OVVERO DEL CINEMA BULIMICO

Il remake è, in sostanza e in atto, la fame del cinema.
Quella fame ossessiva di un cinema mai sazio che, finite le scorte, divora i suoi avanzi e, a volte, se stesso. Più avanti, il remake, è forma conclamata di bulimia intellettuale. La malattia di un cinema, e quindi di una società, smarriti, che si recuperano partendo dai passati, dalle memorie, fagocitando i valori di un tempo, e attualizzandoli. Un cinema disperato a cui non basta il presente, perché ad esso impreparato o di esso oramai sazio. Ma ancora, più oltre e forse in ultimo, il remake è bulimia artistica, che si compiace di essere nostalgicamente patetico, e orgogliosamente impari. Perché laddove la tecnologia, il valore d’uso del cinema, non basta, si spalanca il vuoto silenzioso della sostanza, che viene riempita di passato, e di un passato funzionale.
Noi di forCINE, ostili a questa mistificazione, abbiamo quindi scelto gli originali dei remake – perché, restando in tema alimentare, la prima ci è parsa buona.
Buona, ma non più buona: non ci siamo spinti, ubriachi di gusto, nei territori banali del confronto di valore assoluto, abbiamo, invece, scelto ideologicamente. Abbiamo preferito quella dimensione mitopoietica (dell’originale del remake) che occupa lo spazio tra la fame e il pasto, tra il desiderio e la realizzazione. In questo senso e con questo senso ci è parso e(s)t(et)icamente fondante comprendere da dove arrivino l’apologo nazionalista e reazionario di Spielberg, l’insanabile e immortale rimorso di Scorsese, e le doti orali di Valérie Kaprisky, ovvero cosa accomuni Joan Crawford e Uma Thurman, di cosa si nutra la magniloquenza narcotica di De Palma o, infine, chi ispiri la filosofica pesantezza della carne del cinema di Cronenberg.
Perché se il cinema è fake, finzione per definizione, duplicare, falsificare la finzione è necessariamente un atto di agnizione.

Matteo Lolletti

 
 
   
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