IL
PROMONTORIO DELLA PAURA
(Sympathy for (Mr) Vengeance,
J. Lee Thompson, Stati Uniti, 1962, 105')
Il Promontorio della Paura o della Simpatia per il Signor Vendetta
Il film di Thompson, del 1963, è forse l’ultimo grande
esempio di quella straordinaria stagione noir che, è bene tenerlo
presente, adottava il bianco e noir perché era di genere e non
per esigenze artistiche. E come ogni grande film di genere, Il Promontorio
della Paura, contemporaneamente, rispetta le regole codificate e le
trasgredisce.
Così, accettando lo stereotipo come chiave interpretativa, se
Mitchum incarna il male, inteso in senso assoluto, Peck è rappresentazione
del bene in funzione altrettanto assoluta, esattamente come le donne
presenti nella pellicola (la moglie e la figlia di Peck) rispondono
all’idea classica (e doppiamente di genere) della donna indifesa,
da proteggere e preservare dai mali del mondo, siano essi uno psicopatico,
o il mondo crudo delle aule di tribunale .
Quindi, procedendo per archetipi dialettici, se Mitchum è l’incarnazione
esplicita del male, del male nella sua accezione più furiosa
e cieca, un male ipertroficamente consapevole della propria forza, nel
remake di Scorsese, invece, De Niro risulta psicologicamente più
complesso, un male più insinuato, etimologicamente ipocrita,
addirittura affascinante .
Allo stesso modo come Peck è un eroe puro, dalla moralità
irreprensibile, violento solo per quella necessità suprema e
giustificata che è la salvezza della propria famiglia e, di conseguenza,
dei propri assoluti valori, così, di contro, Nolte è uomo
tormentato, fedifrago, a tratti vile e disonesto, per il quale è
difficile provare simpatia se non quando – e qui il cerchio tra
i due film si chiude e si salda per sempre – combatte per la salvezza
della propria famiglia e di se stesso, e, in qualche malinteso modo,
anche per valori sicuramente più confusi ma non per questo meno
saldi di quelli di Peck.
Questo ribaltamento semantico operato dal film di Scorsese, per quanto
sempre realizzato in senso stereotipico, ha un ulteriore epilogo. Laddove
la vendetta di Mitchum è brutale, animale e selvaggia, tanto
da costringere il mite Peck ad abbandonare il rispetto per la legge
legale e ad adottare quella naturale, la vendetta ordita da De Niro
è più medi(t)ata, fredda e, se vogliamo, si tinge di tinte
millenaristiche. Non per niente De Niro, in prigione, affigge alle pareti
stampe e disegni che richiamano le forme cristiane della vendetta –
quelle del Vecchio Testamento, vale a dire la punizione vendicativa
(o la vendetta punitiva) per la colpa, nell’impossibilità
di altra espiazione. E questo tipo di vendetta é percorribile
perché Nolte è colpevole. Mitchum, di contro, è
legge a sé o, meglio, è anomico. E altro non può
essere di fronte a un Peck di cristallina innocenza.
Nell’originale, quindi, il nucleo del film verte sulla difesa
di valori condivisi, familiari, morali ed extra-sociali, insidiati da
un male contro il quale, appunto, la società americana, ci dice
Thompson, non può difendersi in altro modo che dimenticando la
propria connotazione, la propria convenzione, legale e sociale, tornando
ad una forma ideale di stato, e quindi di diritto, di natura (è
la sconfessione del mito del progresso? è la condanna della progressiva
e incipiente atomizzazione sociale e perdita del senso di comunità?).
Il remake di Scorsese ruota, invece, attorno al perno della responsabilità
condivisa, dell’ipocrisia (il)legale e sociale, di un fine che,
volendo giustificare i suoi mezzi, tradisce la Giustizia (umana e/o
divina), ci parla e racconta di un rimorso incancellabile, a priori
e nel mentre. E, di nuovo, parlando con e nel personaggio positivo,
ne da, se vogliamo, una connotazione caratterizzata da un bolso e borghese
egoismo autoreferenziale, da un atto volontario che si rivela fallato
non in sé, ma perché foriero di sventure peggiori del
male (frainteso come assoluto) che vuole sventare.
È la classica morale di Scorsese che investe i valori fondanti
della società, è l’ineluttabilità della colpa
e della punizione. L’occhio di Thompson ha un’etica che,
invece, si declina muovendosi su un arco differente, quello che va dall’accettazione
di genere dei ruoli fino all’approvazione conclamata della necessità
di utilizzare ogni mezzo per la salvaguardia di questi ruoli e quindi
dei valori ad essi corrispondenti.
In un senso o nell’altro, contro l’ipocrisia o contro il
moralismo, fieri di ragazzi selvaggi o di angeli sterminatori, si innesca
un movimento, molto istintivo ed emotivo, che riguarda la nostra percezione
di De Niro e di Mitchum, un sentimento che la psicologia definisce con
il termine di simpatia. E che altra forma di simpatia è se non
quella generica per un qualsiasi Signor Vendetta?
Matteo Lolletti
forCINE
Brividi estivi
-Raccontatemi la sequenza (scena, atmosfera, situazione etc.) che ha
fatto vacillare la vostra sessualita`, cioè quando siete davanti
allo schermo e poi, BANG!, vedi qualcosa di assolutamente fuori dai
tuoi parametri (quelli che ti eri costruito per una vita, per dire)
e ti piace.
- Quindi la scoperta di un "fantasma erotico" di cui non ero
a conoscenza. Capito. Ma devo andare piu' indietro nel tempo, si fa
piu' fatica a scoprirne da adulti.
Allora mi viene in mente una scena di Cape Fear versione originale (1962)
in cui Robert Mitchum che fa il cattivo spalma un uovo sulle spalle
nude di una terrorizzata Polly Bergen...
Scambio in chat
Scorsese,
paura è?
E' la storia, o è chi la racconta? Ovvero, può la personalità
del narratore dare dignità a materiale non eccelso? Il quesito
che si pone con questo remake firmato Scorsese di "Il promontorio
della paura",
diretto nel 1962 dal più modesto Jack Lee Thompson, non è
di quelli che ammettono un'unica soluzione; ma si può tranquillamente
affermare che, almeno sotto il profilo del thriller, "Cape Fear"
assolve egregiamente alla funzione di provocare spaventi.
Suo strumento principale è l'ex detenuto Robert De Niro, uscito
di galera dopo aver scontato per quattordici anni uno stupro particolarmente
efferato; animato da propositi di vendetta contro l'avvocato d'ufficio
che, sconvolto dalla sua ferocia, non solo non aveva impedito la condanna
ma aveva imbrogliato le carte per ottenere un aggravamento di pena,
il tipo ne fa l'oggetto di un'ossessionante persecuzione: da principio
limitandosi a ridere troppo forte al cinema, quindi passando ad avvelenargli
il cane con una polpetta ed infine concentrando la sua attenzione sulla
moglie e la figlia.
Senza rinunciare alla divisione netta tra personaggi buoni e cattivi,
Scorsese usa il registro ironico per evidenziare l'ipocrisia celata
dietro all'immacolata rispettabilità della famiglia dell'avvocato
(ricorderemo almeno gli eufemismi di Jessica Lange a proposito del cane
"passato a miglior vita"); e chissà se la somiglianza
dell'interprete Nick Nolte al presidente Bush è solo una coincidenza
oppure un malizioso suggerimento subliminale.
La possibilità non è da escludere in un film costantemente
sopra le righe (Robert Mitchum, che faceva il cattivo nel vecchio film,
qui fa prediche di moralità; Gregory Peck, che era l'avvocato
virtuoso, qui è l'azzeccagarbugli che prende le parti di De Niro)
ed inzeppato di riferimenti allegorici, al punto di ambientare la seduzione
di una minorenne nella casa di zucchero della strega di Hansel e Gretel.
Ma dopo un primo tempo intrigante, in cui può capitare di scambiarlo
per un film serio, "Cape Fear" si risolve in stile "Venerdì
13" facendo evaporare l'angoscia in una violenza da cartone animato:
con un De Niro indistruttibile che resuscita a ripetizione anche i virtuosismi
registici di Scorsese non possono allora impedire che tra un sobbalzo
e l'altro si insinui uno sbadiglio.
Riccardo Caiazzo
It.arti.cinema